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Open

Tutti coloro che sono coinvolti nei processi educativi (cioè tutti quanti) dovrebbero leggere l’autobiografia di Andre Agassi. Il protagonista è un personaggio contraddittorio, lo dice lui stesso, citando Walt Whitman: «Mi contraddico? Certo che mi contraddico». È un ribelle (ecco le parole con cui descrive la propria – e tutte le – gioventù: «Non sapevo chi ero e mi ribellavo al fatto che fossero i grandi a dirmelo»). Ma è un ribelle che non riesce a contrapporsi alla famiglia, che si mantiene facendo tutti i giorni una cosa che odia, che quasi sempre dice alla gente (in particolare alla stampa) non quello che pensa ma quello che vuole sentirsi dire.

Tante contraddizioni, fino alla più rilevante e feconda: una persona che ha lasciato molto presto la scuola ne fonda una nella propria città, Las Vegas, per ragazzi in difficoltà e chiude il suo racconto esprimendo il desiderio che i figli non commettano l’errore che lui ha fatto: scoprire tardi la magia dei libri.

Ma, come sempre accade, gli incontri sono determinanti. Se il padre, «un armeno nato in Iran», lo costringe a intraprendere la strada del tennis (ma nel finale ci sarà una sorpresa), il fratello maggiore Philly, gli originali amici Perry e J.P., gli allenatori (prima Brad e poi Darren) e soprattutto il “vice padre” Gil fanno parte di quella famiglia che Agassi si crea per accompagnare la propria avventura lunga tre decenni con la racchetta in mano: «Se devo giocare a tennis, il più solitario degli sport, intendo circondarmi di più gente possibile fuori del campo».

Poi naturalmente ci sono gli avversari. Varie generazioni, vista la longevità sportiva di Agassi: da McEnroe e Becker fino a Federer e Nadal. Fondamentale e ricorrente Pete (Sampras), con cui perde non di rado. Ma specialmente quando uno è sconfitto viene costretto «a scavare e a imparare qualcosa di se stesso». «Non priverei mai nessuno dell’esperienza istruttiva di perdere»!

Infine la moglie Stefanie e i figli Jaden e Jazz. Si dà il caso che Stefanie sia Steffi Graf, una tennista eccezionale. Nell’ultimo capitolo Agassi sembra finalmente in grado di trovare le parole per descriverla in modo accurato: il racconto della partita per così dire amichevole che marito e moglie giocano vicino a casa è il degno compimento di un percorso in cui si realizza il miracolo della presa di coscienza, «che raggiungiamo solo poche volte nella vita, di un nesso tra i temi della nostra esistenza, della presenza, fin dall’inizio, dei semi della fine, e viceversa».

Letto per voi da
Leonardo Eva


Open.
La mia storia

di Andre Agassi
tradotto da Giuliana Lupi
Einaudi
2015

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